Non ricordo quando fu il giorno che vidi le opere di Amedeo Modigliani la prima volta, rammento però che del suo genio non compresi nulla, tanto che, per molti anni, buttai quelle poche immagini serbate, nei magazzini bui della memoria diciottenne... e me ne dimenticai sin quando, già nel proseguo degli studi, cominciai a prendere in mano i testi di "Derrida”. Può essere che non vi fosse relazione alcuna, forse, apparentemente! Fatto sta che ho sempre avuto, però, una speciale predilezione per infischiarmene di ciò che leggo e farlo suonare dalle mie corde e Derrida quindi già non c'era... Però, non so spiegarlo in altra maniera, ora vedevo davvero Modigliani, e lo guardavo faccia a faccia. Immagino fosse per quella sua irripetibile facoltà di individuare, in quelle sue linee sintetiche, gli archetipi di ciò che è umano, o come la chiamava lui: “della razza”; Derrida che aveva "decostruito" le mie certezze, me ne fece dono. Cominciavo, a pari passo, a fare mente sul bimbo che fui, l'unico sardo che sono stato in vita mia. Stavo già a Torino e risuonava nella mia testa una frase martellante che supponeva, quando in me c’era ancora il verde e oro di campi, che non avessi mai pensato di poter credere credere nella sinuosità del pensiero, né in quella della città... Però lo stavo facendo. Ma, grazie a Modigliani, si ritagliava nuovamente uno spazio il bimbo “gitat” a Surigheddu, nelle sue campagne, sulla terra, la terra quella materiale; questa tra le mie mani e mio padre col suo sguardo limpido che solo a chi sta in pace può appartenere. Non ero stato capace, negli anni, di comprendere il perché “mon pare” fosse un uomo sereno; me ne avvidi solo quando lasciai sa Sardinnia e col tempo, tra le letture e lo schifo della cittá che mi aveva contaminato, ancora quel bimbo, l'unico sardo che fui, l'animale che avevo ucciso per creare l'uomo che sono diventato, cominciò a puntare il dito verso la terra sarda. Strana cosa: di solito gli adulti sono avvezzi ad immaginare se stessi accompagnando il loro alter ego infante per le strade della vita, mentre per me era il contrario... Cos'era ciò che mi chiamava? Istinto, radici, lingua, storia?... Non solo: era la terra, quella che zappava mio padre e tutto quanto da essa generava: la primordialità dell'esistenza in quelle azioni sistematiche di babbo, l'animalità insita in quella purezza che straripava abbondante dai suoi occhi... ed il bimbo, quell'animale che ora pretendeva tornare “en casa”, lui che aveva pisciato tutto il suo territorio e dal quale io lo avevo strappato
...Mancava un mese al ritorno e, mi chiedevo dove fosse la sardità se non v'è terra, la terra sarda, con la sua chimica, la sua materia organica… ... Dov'è la sardità se non c'è quella realtà, non il concetto che è cosa artificiosa, ma se non c'è quella realtà rudimentale dello svolgersi della vita, se non sussiste quell'azione atavica e tribale del vivere vero, ossia legato all'esistenza e non al risiedere. Se così non stavano le cose, stavo ritornando in Sardegna? O potevo anche rimanere in “terra anzena”?... Oggi, forse sospetto od avverto che sono là: sull'orlo tra vivere e definitivamente destinarmi a risiedere soltanto, in una Sardegna qualsiasi, che può stare di qua come in qualsiasi altra coordinata di questo globo...